Il punto di Zio Mario

22 settembre 2026

AMLETO DEL FANTACALCIO

Atto I – La giornata che le statistiche dovrebbero fingere di non aver mai visto

Essere, o non essere, questo è il dilemma:

 se sia più nobile accettare in classifica

 i punti e i gol d’una giornata già conosciuta,

 o prender penna contro un mare di statistiche

 e, opponendosi, cancellarla per sempre.

Giocare, schierare…

 ma schierare dopo aver visto i risultati,

 questo è l’ostacolo.

Perché qual uomo, dotato di senno,

 chiamerebbe “abilità” ciò che fu fatto

 quando già si sapeva chi avesse segnato,

 chi preso sette, chi cinque,

 chi assistito e chi invece, povero stolto,

 avesse attraversato il campo senza lasciar traccia?

Questa non fu una giornata di Fantacalcio.

 Fu un compito in classe

 con le soluzioni scritte alla lavagna.

Che eppur dodici uomini ebbero il coraggio

 di consegnare.

Per primo venne Eastbourne,

 che tre palloni mise nella rete

 di Class B Plus.

Tre a uno.

E qui già la sorte mostrò il suo sarcasmo,

 perché dall’altra parte sedeva Matteo Amandola,

 un uomo che per ventiquattro anni

 aveva conosciuto il nome glorioso di Pippero 2000,

 finché la retrocessione,

 spietata come il pugnale di Laerte,

 non gli tolse insieme

 la categoria

 e perfino il diritto al proprio nome.

Non più Pippero.

 Non più Duemila.

 Soltanto Class B Plus.

“Plus”, peraltro,

 è parola audace per chi viene dalla B.

Ma ciò che davvero interroga l’animo umano

 non è la sconfitta per tre a uno.

È questo:

Matteo conosceva già tutti i risultati.

Poteva scegliere tra i vivi e i morti,

 tra i bonus e le insufficienze,

 tra chi aveva segnato e chi no.

E fece 71 con la verità già rivelata.

Poi entrò Paolo Cicchetti,

 campione in carica,

 signore di Atletic o Munn4ciello,

 con la maestà di chi ancora porta la corona.

Ma le corone, si sa,

 pesano sulla testa

 e talvolta impediscono di vedere arrivare

L’Atletico Navorta,

Così il re cadde al primo atto.

Non detronizzato, certo.

 Ma abbastanza da ricordargli

 che nel Fantacalcio,

 come in Danimarca,

 c’è sempre qualcosa di marcio.

Poi venne Cicogna,

 il quale, prima ancora che il campionato cominciasse,

 aveva già pronunciato la propria sentenza:

“Ho costruito una squadra orribile.”

E noi, uomini semplici,

 pensavamo fosse modestia.

No.

Era scouting.

Era analisi tecnica.

Era profezia.

Perché Cicogna,

 avendo anch’egli potuto conoscere

 ogni voto, ogni bonus, ogni gol

 prima di scegliere gli undici,

 riuscì nell’impresa titanica

 di fermarsi a 66,5.

Uno a tre.

Contro Virtus Monteverde

 di Andrea Tardosi,

 romano nel cuore ma milanese per domicilio,

 che dall’esilio lombardo

 fece ottanta e mezzo

 e dedicò idealmente la vittoria alla Roma,

 forse guardando il Duomo

 ma vedendo il Cupolone.

Amandola almeno ha la scusa della retrocessione.

Cicogna aveva le risposte del test

 e sbagliò comunque le domande.

Ma ecco levarsi il fragore

 della battaglia più sanguinosa:

Geko United – Virgilio United.

Cesare produsse 88,5 punti.

Cinque gol.

Una macchina da guerra.

E dall’altra parte Gabriele Caroli,

 con 82,5,

 ne fece quattro.

Quattro gol.

Ottantadue e mezzo.

E perse.

Qui davvero l’uomo comprende

 quanto sia vana la propria esistenza.

Perché che giova fare ottantadue e mezzo,

 se il fato ti mette contro uno

 che fa ottantotto e mezzo?

Caroli avrebbe potuto affrontare

 quasi chiunque.

Gli capitò Falcetti.

È questa la vera tragedia shakespeariana:

 non la morte di Ofelia,

 ma fare quattro gol e zero punti.

Poi Subingo che

 mise insieme settantasei punti,

 che in molte domeniche

 avrebbero consentito una vita dignitosa.

Ma non quella domenica.

Perché dall’altra parte

 Yuri,

 altro milanese residente,

 portò la sua Odissea 

 in una Scilla e Cariddi da cinque gol.

E il nome stesso della squadra

 parve improvvisamente profetico:

Ticca partì nello spazio,

 attraversò il monolite,

 vide l’infinito…

e tornò con gol subiti cinque.

Odissea, sì.

Ma soprattutto nello Sfagno.

Infine vennero Cristantesimo

 e Power Blaster.

Arturo, con ottanta e mezzo,

 segnò tre gol.

Tre.

In una giornata normale

 uno potrebbe sedersi,

 versarsi un bicchiere,

 guardare la classifica

 e aspettare serenamente i tre punti.

Ma questa non è una giornata normale.

Perché Marco Pellegrino,

 decise che ottantacinque

 fosse numero più consono

 alla grandezza della serata.

E fece cinque gol.

Cristantesimo 3 – Power Blaster 5.

Così Arturo entrò

 nel ristretto club degli uomini

 che segnano tre volte

 e riescono comunque

 a non portare a casa nulla.

Una prestazione che meriterebbe

 non una classifica,

 ma una seduta dallo psicologo.

E dunque chi sopporterebbe

 le frustate del calendario,

 gli scherni degli avversari,

 la retrocessione di Amandola,

 le profezie autoavveranti di Cicogna,

 il campione Cicchetti già trafitto,

 Caroli che fa quattro gol e perde,

 Arturo che ne fa tre e perde anch’egli,

quando basterebbe un semplice gesto:

dichiarare questa giornata statisticamente inesistente?

Perché qui nessuno scelse al buio.

Nessuno tremò davanti al dubbio:

“Lo metto o non lo metto?”

Tutti sapevano.

Tutti videro.

Tutti poterono comporre

 la miglior formazione possibile.

E qualcuno, nonostante ciò,

 riuscì ugualmente a perdere.

Anzi.

Qualcuno fece 71.

Qualcun altro 66,5.

Conoscendo già il futuro.

E questa, amici miei,

 non è sfortuna.

È talento.

Così la conoscenza ci rende tutti allenatori,

 ma non necessariamente bravi;

 e così il colore naturale della statistica

 è reso malsano dalla pallida cera

 di una formazione compilata dopo i risultati.

Perciò questa prima giornata

 sia pure conservata negli archivi,

 ma con un asterisco grande quanto una casa:

* Giornata disputata con onniscienza preventiva.

 Ogni riferimento a meriti tecnici è puramente casuale.

E se un giorno Amandola

 dovesse vantare quei 71 punti,

 o Cicogna sostenere

 che il 66,5 fu frutto della malasorte,

noi sapremo cosa rispondere:

Essere, o non essere, questo era il dilemma.

 Loro sapevano già chi schierare.

 Ed è andata così lo stesso.